Sull’esempio della Vergine Madre, il contemplativo è la persona centrata in Dio. (VDQ 10)

Canonizzazione di Luigi e Zelia Martin

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épouxmartin

Roma, 18 ottobre 2015 - Giornata Missionaria Mondiale
Carissimi fratelli e sorelle nel Carmelo,
domenica prossima 18 ottobre, in piazza San Pietro, papa Francesco iscriverà solennemente  i coniugi Luigi Martin e Zelia Guérin, genitori di S. Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo, nel canone dei Santi, che la Chiesa propone come esempi di vita cristiana ai fedeli di tutto il mondo, affinché diventino fonte di ispirazione e compagni di cammino dai quali ricevere impulso, luce e conforto.

È motivo di grande gioia e gratitudine al Signore per tutti noi, che abbiamo appena concluso la celebrazione del V Centenario della nascita di S. Teresa d’Avila, madre della nostra famiglia religiosa, nella quale la Chiesa stessa riconosce un luogo particolarmente ricco di testimoni credibili della bellezza e dell’amore di Dio.

Questa canonizzazione è un ulteriore segno che il Signore ci dona per corroborare la nostra fede e ridare slancio al nostro cammino di carmelitani, chiamati a sperimentare la “tenerezza combattiva” dello Sposo (cf Evangelii gaudium 85), che col suo amore vuole accendere la speranza nei cuori di tutti gli uomini. Viviamo un periodo storico segnato da una profonda trasformazione, che tocca tutti gli ambiti della vita umana – costume, cultura, religione, società, economia – a un livello globale, scatenando tensioni e paure. Nascono sentimenti di insicurezza e diffidenza reciproca, si creano situazioni di ingiustizia e instabilità, che mettono a dura prova la convivenza pacifica e la fiducia tra le persone, essenziale per un cammino comune e fecondo.

La visione biblica dell’uomo, nella duplicità del suo essere maschio e femmina, e la comprensione del suo significato in ordine alla vita non sono più patrimonio comune ma, anzi, vengono messe in discussione. Al centro di questa battaglia per la vita c’è la famiglia naturale, fondata sul semplice riconoscimento della differenza provvidenziale tra uomo e donna che permette, all’interno di una relazione di alleanza basata sull’amore reciproco, di generare, custodire, far crescere la vita umana, non soltanto per sé, ma per ogni essere umano.

La canonizzazione dei coniugi Martin è un segno dei tempi che ci deve interrogare profondamente perché ha un valore epocale. La Chiesa infatti, guidata dallo Spirito, ha deciso – per la prima volta nella sua storia – di canonizzare insieme una coppia di sposi, durante la celebrazione della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che ha per tema la vocazione e missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo, nella domenica dedicata alla Giornata missionaria mondiale.

Una famiglia esemplare?
È passato un secolo e mezzo da quando Luigi e Zelia, a mezzanotte del 12 luglio 1858, si sposarono ad Alençon, e molte cose sono radicalmente cambiate, sia nella Chiesa sia nella cultura europea. In che senso il loro matrimonio e la storia della loro famiglia possono essere esemplari ai nostri giorni, quando il modello stesso di famiglia e la prassi prevalente sono così lontane da quanto da loro creduto e vissuto?
Prima di tutto, occorre liberarsi dai pregiudizi e dai clichés culturali che catalogano immediatamente come antiquato e stantìo tutto quanto appartiene all’universo ottocentesco. Se guardiamo da vicino la vita della famiglia Martin, vediamo un uomo e una donna che vissero una storia comune, segnata da vicende nelle quali ancora oggi ci si può riconoscere, perché semplicemente umane: non più giovanissimi secondo gli standard dell’epoca (quando si conobbero – e dopo pochi mesi si sposarono – lei aveva 27 anni e lui 35), si uniscono in matrimonio e mettono in comune le loro vite, imparando giorno dopo giorno a condividere le capacità, le responsabilità, i pesi, le gioie e i dolori. Luigi aveva un negozio di orologeria, Zelia aveva iniziato da sola un’impresa di produzione del famoso merletto di Alençon. I loro rispettivi lavori garantivano una certa agiatezza, che però non era vissuta né con ostentazione, né con apprensione, nonostante a un certo punto le condizioni socio-economiche si fossero fatte difficili per le conseguenze della guerra tra la Francia e la Prussia (1870-1871). Lavorare entrambi, concepire nove figli, prendersi cura di loro, affrontare il lutto per la morte di quattro di loro in tenerissima età, non fu certo facile, soprattutto per Zelia, donna imprenditrice, che aveva la responsabilità di dare lavoro, e quindi sostentamento, alle sue operaie e alle loro famiglie. Luigi fu sempre al suo fianco portando i pesi insieme alla moglie, con serenità e dolcezza, dandole il conforto della sua costante vicinanza e scegliendo, a un certo punto, di mettere da parte il suo lavoro per venire incontro alle esigenze della moglie, che vedeva sempre più stanca, e aiutarla nel portare avanti la sua impresa, soprattutto quando si affacciò la malattia che la colpì giovane, portandola alla morte nel 1877, a soli 46 anni.
Luigi si trovò così a vivere la condizione di vedovo fino alla morte, avvenuta dopo 17 anni, in seguito a un’umiliante malattia che colpì le sue facoltà mentali. Provvide alle cinque figlie e alla loro educazione, donando loro tutto se stesso e decidendo di trasferirsi da Alençon a Lisieux, sradicandosi pur di dare alle figlie la possibilità di essere seguite dalla zia Celina, con cui c’era un rapporto di stima e affetto. Tutte e cinque entrarono in monastero. Accompagnarle in questo passo – soprattutto la piccola Teresa, la prediletta – non fu per lui un piccolo sacrificio, ma lo visse come generoso atto di offerta della sua vita e dei suoi figli a Dio, così come aveva sempre fatto insieme a Zelia. D'altronde, per la sua famiglia aveva scelto il motto di Giovanna d’Arco: Dio è il primo servito.

Il matrimonio: vocazione e amicizia
Il breve elenco di alcuni tratti concreti dell’esperienza familiare di Luigi e Zelia ci permette di cogliere facilmente le analogie con l’esperienza di tante famiglie che oggi devono affrontare difficoltà economiche, conciliare il ritmo frenetico dell’attività lavorativa con l’educazione dei figli, dare un senso alle sofferenze che inevitabilmente bussano alla porta, mettendo a rischio l’armonia familiare. Ma il motivo per cui la Chiesa ritiene esemplare la loro testimonianza di vita coniugale è ben più profondo e riguarda la verità dell’amore umano nel disegno divino della creazione.

Se andiamo alla radice della loro esperienza, troviamo subito due tratti che li rendono attuali per illustrare come può “funzionare” una relazione d’amore e dire così una parola di speranza alle coppie, soprattutto giovani, che sono scoraggiate dall’esempio di tanti naufragi e, pur conservandone nel cuore il desiderio, non credono più possibile la fedeltà, rassegnandosi in tale modo a una misura bassa della vita.
Il primo è vivere l’incontro con l’altro e il matrimonio come vocazione. A questo Luigi e Zelia furono preparati dalla loro storia, dato che entrambi avevano pensato di vivere la loro vita cristiana consacrandosi a Dio. Non è questo tratto, ovviamente, ad essere esemplare, quanto la sensibilità e l’attitudine a percepire e concepire la propria esistenza come un dialogo col proprio Creatore, che ha un disegno buono e dissemina il cammino di segnali che indicano, ad uno sguardo attento, qual è la strada per saziare la sete del proprio cuore. È soltanto ricevendosi come un dono che viene da Dio e imparando a guardare l’altro come volto dell’amore del Padre, che è possibile costruire la propria casa su un fondamento stabile. Questo fu chiaro a Zelia quando, vedendo avvicinarsi il suo futuro marito mentre percorrevano in senso opposto il ponte di San Leonardo ad Alençon, sentì risuonare in sé una voce che le diceva: «Questo è l’uomo che ho preparato per te».

Il secondo tratto è una diretta conseguenza di questo sguardo e apertura del cuore: vivere la relazione con la propria moglie /con il proprio marito come amicizia. La stima e il rispetto che vengono dalla spontaneità del riconoscersi gratuitamente come alleati e dal piacere di essere per l’altro un aiuto, contengono la pazienza, l’umiltà, la tenacia, la tenerezza, la fiducia e la curiosità necessari affinché un rapporto non degeneri nella ricerca di sé nell’altro, nel tentativo di esercitare un potere, nel logorio della ripetitività. In espressioni come queste: «Ti seguo in spirito per tutta la giornata; mi dico: “In questo momento fa la tal cosa”. Non vedo il momento di esserti vicina, mio caro Luigi; ti amo con tutto il mio cuore e sento ancora raddoppiare il mio affetto per la privazione che provo della tua presenza; mi sarebbe impossibile vivere lontana da te» (Lettere familiari 108); «Io sono sempre felicissima con lui, mi rende la vita molto serena. Mio marito è un sant’uomo, ne auguro uno simile a tutte le donne: ecco l’augurio che faccio a loro per il nuovo anno» (Lettere familiari 1); oppure, «il tuo marito e vero amico, che t’ama più della vita», non c’è nulla di sdolcinato, ma l’espressione della solidità di un affetto sincero.

Le differenti sensibilità, i tanti piccoli particolari della vita coniugale, che a volte producono a poco a poco una distanza e raffreddano l’intimità, erano vissuti da Luigi e Zelia come le occasioni per esercitare uno sguardo carico di simpatia e tenera accoglienza della propria diversità, come traspare da questo brano: «Quando riceverai questa lettera, sarò occupata a mettere in ordine il tuo banco da lavoro; non ti dovrai irritare, non perderò nulla, nemmeno un vecchio quadrante, né un pezzetto di molla, insomma niente, e poi sarà tutto pulito sopra e sotto! Non potrai dire che “ho soltanto cambiato il posto alla polvere”, perché non ce ne sarà più (…). Ti abbraccio di tutto cuore; oggi, al pensiero che sto per rivederti, sono tanto felice che non posso lavorare. Tua moglie che ti ama più della sua vita» (Lettere familiari 46).

La trasmissione della vita: generare ed educare
All’inizio per Zelia e Luigi vivere il matrimonio e aprirsi alla vita non fu facile. Si trattava per loro di comprendere che amare Dio con tutto il cuore passava attraverso il donarsi con tutta la propria energia al coniuge, così che il Padre potesse prendersi cura della sua creazione continuando a edificare la sua Chiesa come famiglia dei figli di Dio. Fu la sincerità della loro ricerca della volontà di Dio e la docilità ai consigli di un sacerdote che li accompagnava, che fece loro comprendere la bellezza della vocazione matrimoniale, che pensavano di vivere nella continenza. Nove furono i figli che nacquero dalla loro unione riempiendo di gioia le loro vite: «Quando abbiamo avuto i nostri figlioli, le nostre idee sono un po’ cambiate: non vivevamo più che per loro, questa era la nostra felicità e non l’abbiamo mai trovata se non in loro. Insomma, tutto ci riusciva felicissimo, il mondo non ci era più di peso. Per me era il grande compenso, perciò desideravo di averne molti, per allevarli per il Cielo. Fra loro, quattro sono già ben sistemati e gli altri, sì, gli altri andranno pure in quel regno celeste, carichi di maggiori meriti, poiché avranno combattuto più a lungo» (Lettere familiari 192).

In questo brano traspaiono alcuni aspetti centrali del modo di vivere il rapporto con i figli, che oggi le famiglie hanno bisogno di riscoprire: la nascita di un figlio come un dono, sempre – anche se la sua vita sarà breve o travagliata – perché viene da Dio e conduce a Dio. Educare significa allora introdurre alla conoscenza della propria origine buona, il Padre, insegnare a desiderare il cielo e a vivere l’esistenza – le fatiche, l’impegno, le sofferenze – come una preparazione, qualcosa di prezioso se accettato con fiducia e amore come passo di un cammino che conduce alla meta e fa crescere il valore della persona.

Tutto questo è convincente e diventa verità che plasma la coscienza e dà vigore ai passi, quando i figli possono vederlo e quasi respirarlo nella carne dei propri genitori come ciò che dà senso al tempo e alle attività. L’aspirazione di Zelia alla santità, per sé e per i propri cari, era costante, pur nella consapevolezza dei propri limiti e del tempo perduto: «Voglio farmi santa: non sarà facile, vi è molto da sgrossare e il legno è duro come una pietra. Sarebbe stato meglio iniziare prima, mentre era meno difficile, ma, infine, “è meglio tardi che mai”» (Lettere familiari 110). Scrive al fratello: «Vedo con piacere che sei molto stimato a Lisieux: stai per diventare una persona di merito; ne sono felicissima, ma prima di tutto desidero che tu sia santo» (Lettere familiari 116). Anche di fronte alla figlia dal carattere difficile, Leonia, che a scuola avevano definito “una bambina terribile”, pur nella penosa consapevolezza dei suoi grandi limiti – «la povera bambina è coperta di difetti come da un mantello. Non si sa come prenderla» (Lettere familiari 185) – non manca la fiducia alimentata dalla fede nella bontà di Dio e dall’abbandono al suo disegno di salvezza: «Il buon Dio è così misericordioso che ho sempre sperato e spero ancora» (ivi).

Conosciamo bene, dalla testimonianza di santa Teresina, la grande intimità di Luigi con Dio e come questa trasparisse dal suo volto: «A volte i suoi occhi si facevano lucidi di commozione, ed egli si sforzava di trattenere le lacrime; sembrava non essere più legato alla terra, tanto la sua anima si immergeva nelle verità eterne» (Manoscritto A, 60); «mi bastava guardarlo per sapere come pregano i santi» (Manoscritto A, 63). Durante la sua malattia, nei momenti di consapevolezza, pur sentendosi umiliato, Luigi ripeteva: «Tutto per la maggiore gloria di Dio!»
In un clima di questo genere, lo spirituale è sostanza della vita e le cose si illuminano nella prospettiva dell’eternità, in una maniera “naturale”. La famiglia può riacquistare così la sua caratteristica originale, sovente misconosciuta ai nostri giorni, di essere «il primo luogo dove impariamo a comunicare», intendendo «la comunicazione come scoperta e costruzione di prossimità»  (Messaggio del Santo Padre Francesco per la 49a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 17 maggio 2015).

Una coppia sensibile, accogliente e generosa
L’attenzione all’altro e la gratitudine per il suo esserci così com’è, esercitata nella relazione coniugale e riversata nella cura per la crescita morale e spirituale dei figli, aveva nella famiglia Martin un importante complemento: la carità generosa, l’accoglienza dei poveri, l’attenzione a chi è nel bisogno. L’amore verso Dio, quando c’è, è inscindibilmente amore verso il prossimo e, in modo speciale, verso chi ha bisogno di aiuto. Sono molti gli episodi nei quali emerge con chiarezza nella vita di Zelia e Luigi la bellezza di questa dedizione verso il prossimo – a partire dalle operaie che lavorano nella propria azienda di merletti, trattate come figlie (cf Lettere familiari 29) – perché sono la carne di Cristo, persone che stanno particolarmente a cuore a Dio (cf Evangelii gaudium 24.178). È un’attenzione alla persona tutta intera, al suo corpo e alla sua anima, che diventa giustizia retributiva, condivisione della propria tavola, ricerca di cure e di un letto per il senzatetto, preoccupazione di dare il conforto della vicinanza sensibile di Dio nel momento del trapasso trovando un sacerdote, generosità nell’aiutare economicamente un fratello in difficoltà, piacere nell’essere al servizio della gioia altrui, solidarietà nella sofferenza di chi è colpito da un lutto, visita agli ammalati.

L’attenzione ai poveri da parte dei coniugi Martin fa parte di uno stile di povertà che incide nell’animo delle figlie il senso concreto della presenza di Gesù e della verità del suo Vangelo. La loro sobrietà non è sciatteria, ma attitudine che contrasta la tendenza del cuore a rinchiudersi nell’avarizia del proprio tempo, delle proprie energie, delle proprie risorse spirituali e materiali. La letizia della povertà che rende ricchi di umanità, si alimenta nell’esperienza di avere la propria ricchezza nell’accogliere la grazia di Cristo, riconoscendo le proprie debolezze e colpe, ricevendo la misericordia di Dio, per vivere in unione con Lui, solidali con i fratelli, verso i quali si hanno sentimenti di misericordia: «Mio Dio, quanto è triste una casa senza religione! Come vi appare spaventosa la morte! […] Spero che il buon Dio avrà pietà di questa povera donna; ella è stata così male allevata che è molto scusabile» (Lettere familiari 145); «Prega molto San Giuseppe per il padre della domestica che è gravemente malato, mi rincrescerebbe molto che quel poveretto morisse senza confessarsi» (Lettere familiari 195); «Ho avuto tante fatiche che mi sono ammalata a  mia volta […] eppure bisognava che restassi in piedi una parte delle notti a curare la domestica» (Lettere familiari 123); «Ho insistito tanto che mio marito si è deciso a vendere una parte dei suoi titoli del Credito Fondiario, con una perdita di milletrecento franchi su undicimila ricavati. Se mio fratello ha bisogno di denaro ne chieda subito e mi dica se occorre vendere il resto» (Lettere familiari 68); «L’ho pregato di venire qui tutte le volte che avesse bisogno di qualche cosa, ma non è mai venuto. Finalmente, al principio dell’inverno, tuo padre lo incontra una domenica che faceva molto freddo: aveva i piedi nudi e batteva i denti. Vinto dalla pietà per quel disgraziato, ha cominciato ogni sorta di pratiche per farlo entrare all’Ospizio. […] Tuo padre non si è dato per vinto: aveva a cuore questa situazione ed ha puntato di nuovo tutte le sue batterie per farlo entrare agli Invalidi» (Lettere familiari 175).

La fonte della loro santità di vita
Nell’Omelia alla Veglia di preghiera per il Sinodo sulla famiglia celebrata in Piazza San Pietro il 3 ottobre scorso, papa Francesco ha detto: «Per comprendere oggi la famiglia, entriamo nel mistero della Famiglia di Nazareth, nella sua vita nascosta, feriale e comune, com’è quella della maggior parte delle nostre famiglie, con le loro pene e le loro semplici gioie; vita intessuta di serena pazienza nelle contrarietà, di rispetto per la condizione di ciascuno, di quell’umiltà che libera e fiorisce nel servizio; vita di fraternità, che sgorga dal sentirsi parte di un unico corpo. È luogo – la famiglia – di santità evangelica, realizzata nelle condizioni più ordinarie. Vi si respira la memoria delle generazioni e si affondano le radici che permettono di andare lontano. È luogo del discernimento, dove ci si educa a riconoscere il disegno di Dio sulla propria vita e ad abbracciarlo con fiducia. È luogo di gratuità, di presenza discreta, fraterna e solidale, che insegna a uscire da se stessi per accogliere l’altro, per perdonare ed essere perdonati».

Questa descrizione ci dà la misura della contemporaneità della famiglia Martin. La loro canonizzazione mostra a tutte la famiglie, in primo luogo a quelle cristiane, la bellezza straordinaria delle cose ordinarie, quando la propria storia viene ricevuta dalle mani di Dio e ci si offre a Lui, con la rasserenante consapevolezza che «la cosa più saggia e più semplice in tutto questo è di rassegnarsi alla volontà di Dio e di prepararsi in anticipo a portare la propria croce il più coraggiosamente possibile» (Lettere familiari 51), mettendosi «nella disposizione di accettare generosamente la volontà di Dio, quale che sia, poiché sarà sempre quello che vi può essere di meglio per noi» (Lettere familiari 204).

La pace interiore, la fiduciosa tenacia nell’assumere positivamente le sfide che la vita ci pone davanti, la capacità di vivere le relazioni con generosità mettendo al centro l’altra persona nella sua unicità, che hanno caratterizzato l’esperienza matrimoniale di Luigi e Zelia e il loro rapporto con i figli, non sono frutto di doni speciali o di esperienze mistiche. Piuttosto, scaturiscono dal prendere sul serio la volontà di Dio mettendosi serenamente in discussione e dal vivere fino in fondo la vita della Chiesa, ricevendo quotidianamente la grazia del sacramento eucaristico e rafforzando il legame con Gesù nell’adorazione del suo amore fedele e costantemente offerto nell’Ostia consacrata, pregando personalmente e come famiglia radunati attorno alla Vergine Maria, partecipando all’attività caritativa della parrocchia con gioiosa disponibilità pur in mezzo a tanti impegni. E in tutto ciò avere sempre tempo di ascoltare le figlie, disposti a correggerle con fermezza e soavità, raccontare loro la vita di Gesù, prendersi cura della loro interiorità facendo spazio a Dio con un atteggiamento di fiducioso abbandono alla sua presenza misteriosa e concreta. Sentirsi guardati con ammirato stupore e rispettati nella propria individualità irripetibile, riconosciuti come un bene incondizionato, anche quando la propria condizione sia fonte di sofferenza, è un patrimonio di benessere e positività impagabile e incrollabile per la persona che lo riceve. È l’esperienza umana che più si avvicina allo sguardo di Dio e che perciò apre la porta del cuore e lo abilita a percorrere le vie della santità, come la storia di questa famiglia dimostra chiaramente.

La ricerca assidua dell’intimità col Signore e con Maria, vissuta esemplarmente da Luigi e Zelia, è il messaggio più prezioso lasciato in eredità alle proprie figlie e a noi figli di Santa Teresa. Nella loro canonizzazione possiamo cogliere l’invito rivolto al Carmelo teresiano a essere di più famiglia, a scoprire la bellezza e l’importanza delle nostre responsabilità quotidiane, imparando umilmente dalle famiglie, che vivono con impegno la propria vocazione e missione.

Ci è di grande incoraggiamento il constatare che veramente «da un “sì” pronunciato con fede scaturiscono conseguenze che vanno ben oltre noi stessi e si espandono nel mondo». Guardando ai coniugi Martin e ai frutti visibili di santità del loro essere un cuore solo e un’anima sola, ci rendiamo meglio conto che, imparando a comunicare, diventiamo «comunità che sa accompagnare, festeggiare e fruttificare», e comprendiamo che «la famiglia più bella, protagonista e non problema, è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli» (Messaggio del Santo Padre Francesco per la 49a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 17 maggio 2015).

Il mio auspicio è che, a partire dalla grazia che riceviamo attraverso questa canonizzazione, ci impegniamo a conoscere da vicino, anche attraverso la lettura della loro corrispondenza, la testimonianza di questa coppia e ci inseriamo creativamente nel cammino che la Chiesa sta tracciando, invitandoci a riscoprire la famiglia come soggetto imprescindibile per l’evangelizzazione e scuola di umanità.

P. Saverio Cannistrà
Preposito Generale


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