La pace è un frutto dello Spirito Santo

La pace è un frutto dello Spirito Santo

 

 Carmelo de Fayoum

“Il frutto dello Spirito è carità, gioia, pace”[1]. In questo tempo turbato dal rumore delle armi e dalle minacce che incombono sull’umanità, tutti noi desideriamo ricevere questo prezioso frutto di pace che lo Spirito Santo ci ha donato. Ma come disponiamo il nostro cuore a riceverlo?

Per rispondere a questa domanda, è bene chiedersi di cosa si parla quando si parla di “frutti dello Spirito”. «S. Tommaso ha dedicato una domanda nella Somma ai frutti dello Spirito Santo. Li caratterizza come gli ultimi e prelibati prodotti dell’azione, in noi, dello Spirito Santo. Il paragone è tratto dalla vita vegetale: i frutti sono quelli che raccogliamo all’estremità dei rami, provenienti da una linfa vigorosa, e di cui ci deliziamo. O è ciò che si raccoglie da un campo seminato e coltivato»[2]. «Il termine frutto non evoca un dono, ma un’azione progressiva di Dio in noi; i frutti dello Spirito mettono l’accento sulla nostra vita interiore, che a poco a poco si sviluppa, irrigando la nostra esistenza; un frutto non si riceve all’improvviso come se fosse un dono compiuto che Dio metterebbe nel cuore; un frutto è lo sviluppo della grazia di Dio».[3]

In altre parole: «Il frutto dello Spirito è ciò che emana dalla presenza dello Spirito Santo nella vita del cristiano».[4]

Pertanto, se vogliamo accogliere i frutti dello Spirito Santo, dobbiamo impegnarci a collaborare con la grazia di Dio che opera nei nostri cuori per vivere in modo nuovo. È un processo dinamico che ci mette in moto e ci libera. Per aiutarci ad andare avanti su questa strada, le parole di Saint Silouane (Силуан) del Monte Athos sono molto illuminanti: «Tutti gli uomini vogliono la pace, ma non sanno come ottenerla…

 Alzarsi al di sopra del fratello, giudicare qualcuno, rimproverare il fratello senza mitezza e senza amore, mangiare molto o pregare indolente, tutto ciò fa perdere la pace. Se ci abituiamo a pregare con tutto il cuore per i nostri nemici e ad amarli, la pace dimorerà sempre nelle nostre anime. Ma se odiamo o giudichiamo nostro fratello, la nostra mente si oscurerà e perderemo la pace e l’approccio fiducioso a Dio… Non possiamo avere pace se non chiediamo al Signore con tutto il nostro essere di darci la forza di amare tutti gli uomini. Il Signore sapeva che se non avessimo amato i nostri nemici non avremmo avuto pace dell’anima. Ed è per questo che ci ha dato questo comandamento: ama i tuoi nemici. Se non amiamo i nostri nemici, la nostra anima troverà una certa calma solo a volte. Ma se li amiamo, la pace rimarrà giorno e notte nella nostra anima. Conserva la pace della grazia dello Spirito Santo nella tua anima, non perderla per vanità. Se dai pace a tuo fratello, il Signore ti darà incomparabilmente di più. Ma se fai pena a tuo fratello, sicuramente l’afflizione ricadrà anche sulla tua anima».[5]

 La pace ci è data dallo Spirito Santo, ma come dice Silouane, dobbiamo “tenere nell’anima” questo dono che ci è stato dato, per non perderlo nell’inutilità. Tutto ciò che ci allontana dall’amore, l’unico scopo per cui siamo stati creati, non è una futilità? Secondo il santo monaco del Monte Athos, per mantenere sempre la pace dell’anima, l’amore deve essere esteso ai nemici. Perché un cuore che non ama è diviso, è in guerra e non gode del riposo. Ma, da soli, non siamo capaci di amare i nostri nemici. Lo sa bene Silouane, per questo ci invita a chiedere «con tutto il nostro essere al Signore di darci la forza di amare tutti gli uomini». Fortunatamente, come dice san Paolo, “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”[6].

Pertanto, è lo Spirito dell’Amore che viene in aiuto alla nostra debolezza e ci permette di amare i nostri nemici. È lui che viene ad amare in noi. E questo amore divino unifica i nostri cuori e ci dona pace.

Per questo dobbiamo chiedere questa grazia nella preghiera, chiedere allo Spirito Santo di venire e fare la sua casa in noi e trasformare i nostri cuori. E se vogliamo sentire la sua voce, abbiamo bisogno di una certa solitudine, perché è nel silenzio, è nella solitudine che Dio parla. Tra gli apotegmi dei Padri del deserto di Scete troviamo questa sentenza: Abba Alonios ha detto: “Se un uomo non dice nel suo cuore: io solo e Dio sono in questo mondo, non avrà riposo”.[7] Con queste parole Abba Alonios ci svela il segreto della sua vita con Dio. Ci insegna che per trovare riposo per le nostre anime,[8] dobbiamo andare costantemente a Dio e dimorare in Lui, indisturbati dagli eventi esterni. “Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio in lui”, diceva san Giovanni.[9] Per vivere di questo amore di Dio abbiamo bisogno della solitudine interiore, dell’intimità con Dio nella preghiera.

Non si tratta di respingere gli altri con atteggiamento egoistico, ma di custodire la nostra anima: «Possiamo credere che Alonios pensasse, soprattutto nel suo apotegma, ai problemi posti dai rapporti con gli altri. Ci sono momenti in cui il nostro prossimo, o più precisamente la vicinanza al prossimo, ci appesantisce, ci infastidisce, ci ferisce o ci delude. Ci sono momenti in cui il nostro prossimo, al contrario, ci attrae, ci compiace, ci seduce a rischio di ammaliare il nostro cuore. In ogni caso, è bene e utile ricordare le parole di Alonios: “Solo io e Dio…”, questo è il segreto dei rapporti sereni con gli altri. […] Possiamo benissimo avere intorno a noi fratelli, sorelle, amici che il Signore ha posto sul nostro cammino perché li amiamo e li aiutiamo, e anche per essere da loro amati e aiutati. Ma nessuno dovrebbe “popolare” il nostro deserto, nessuno dovrebbe violare la nostra solitudine. Dobbiamo conservare la nostra forza in Dio e per Dio, come dice un salmo».[10]

 I santi hanno tanto contribuito a far crescere la pace nel mondo perché bevono alla sorgente dell’amore infinito. Poiché “la vera pace viene da Dio”. In questo senso, l’esempio di san Francesco d’Assisi è particolarmente illuminante, al punto da ispirare, anche oggi, molti costruttori di pace. Per questo vorremmo concludere questa meditazione con le parole che papa Francesco gli dedica nella sua enciclica Fratelli Tutti:

«C’è un episodio della sua vita che ci mostra il suo cuore senza limiti, capace di andare oltre le distanze di origine, nazionalità, colore o religione. È la sua visita al sultano Malik-el-Kamil, in Egitto, che ha significato per lui un grande sforzo a causa della sua povertà, delle poche risorse che aveva, della distanza e delle differenze di lingua, cultura e religione. Questo viaggio, in quel momento storico segnato dalle crociate, ha mostrato ancora di più la grandezza di un amore così ampio da voler vivere, desideroso di abbracciare tutti. La sua fedeltà al suo Signore era proporzionale al suo amore per i suoi fratelli e sorelle. Senza ignorare le difficoltà e i pericoli, san Francesco andò incontro al Sultano con lo stesso atteggiamento che chiedeva ai suoi discepoli: che senza rinnegare la loro identità, quando vanno «tra saraceni e altri infedeli […] non promuovono contese né controversie, ma piuttosto sottomettersi a ogni creatura umana da Dio». In quel contesto si trattava di una richiesta straordinaria. Siamo colpiti dal fatto che ottocento anni fa Francesco ci ha invitato a evitare ogni forma di aggressione o di conflitto e anche a vivere una “sottomissione” umile e fraterna, anche davanti a coloro che non condividevano la sua fede.

Non ha condotto una guerra dialettica imponendo dottrine, ma ha invece comunicato l’amore di Dio. Aveva compreso che «Dio è amore, e chi rimane nell’amore rimane in Dio» (1 Gv 4,16). In questo modo è stato un padre fecondo che ha risvegliato il sogno di una società fraterna, perché «solo l’uomo che accetta di avvicinare gli altri esseri nel proprio movimento, non per tenerli nel proprio, ma per aiutarli ad essere più se stessi, diventa davvero padre”. In quel mondo pieno di torri di avvistamento e muraglie di protezione, le città vivevano guerre sanguinose tra potenti famiglie, mentre crescevano le misere aree delle periferie escluse. Lì Francesco accolse in sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominare gli altri, divenne uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti».[11]

Ancora oggi vediamo tristemente come, nonostante la buona volontà, le strategie politiche non siano in grado di promuovere la giustizia e la pace. Perché il mondo cambi, ciò di cui abbiamo bisogno non è tanto un cambiamento delle strutture, ma una conversione dei cuori. Perché è dall’interno, dal cuore dell’uomo, che il mondo si rinnoverà. Maria, aiutaci ad accogliere, come te, lo Spirito dell’amore perché purifichi i nostri cuori e ci trasformi in artigiani di pace perché si rinnovi il volto del mondo!

 

 

 

[1] Galati 5,22

[2] IVES CONGAR, Je crois en l’Esprit Saint, Volume II, p 181

[3] https://bayeuxlisieux.catholique.fr/wp-content/uploads/sites/18/2018/06/Les-dons-de-lEsprit-Saint-03.pdf

[4]   https://www.gotquestions.org/fruit-of-the-Holy-Spirit.html

[5]   Estratti da “Saggezza dal Monte Athos“, Archimandrita Sofronio. Sulla pace e la grazia, p 98 -114

[6] Romani 5,5

[7] Lucien Regnault, osb. Paroles du désert d’Egypte, p.93

[8]  Matteo 11,28-29

[9]  1 Giovanni 4,16

[10] Lucien Regnault, osb. Paroles du désert d’Egypte, p.95-96

[11] Papa Francesco, Fratelli Tutti 3-4

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